Un dialogo oltre la logica, tra due mondi e due epoche
di Giampiero Sorce
“Il bisogno di appartenere è un’illusione. Il bisogno di comprendere… non lo è.”
— Spock, Star Trek: The Motion Picture (1979)¹
Il vulcaniano che portava il cuore in tasca
Figlio di un ambasciatore vulcaniano e di un’insegnante terrestre, Spock non è mai stato solo un ufficiale della Flotta Stellare. È un paradosso incarnato: metà vulcaniano, metà umano; metà logica, metα sentimento. Cresciuto tra i deserti rossi di Vulcano e i libri di poesia di sua madre, ha trascorso la vita a cercare un equilibrio impossibile — non per cancellare l’una o l’altra parte di sé, ma per farle coesistere senza tradire nessuna delle due.
Nella timeline originale, quella nata nel 1966 con Star Trek: The Original Series, Spock è il primo ufficiale della USS Enterprise NCC-1701, compagno di viaggio di James T. Kirk e oggetto delle continue — ma affettuose — provocazioni del dottor Leonard “Bones” McCoy. La sua figura, interpretata con ineguagliabile compostezza da Leonard Nimoy, diventa subito icona: non di freddezza, ma di disciplina emotiva come atto di coraggio.
Nella Kelvin Timeline, inaugurata nel 2009 dal film diretto da J.J. Abrams, un giovane Spock (magistralmente interpretato da Zachary Quinto) si confronta con un universo sconvolto, un Vulcano distrutto e un’anima ancora in formazione. Qui le emozioni affiorano con più urgenza, ma la ricerca della logica resta il faro. Due epoche, due approcci, una stessa anima.
Entrambi gli Spock, pur lontani nel tempo e nello stile, condividono una verità fondamentale: non si tratta di scegliere tra cuore e mente, ma di integrarli.
Premessa
(Come saprete, sono sempre alla ricerca di personaggi che, haimé, non sono più tra noi per intervistarli, conoscere un po’ di più sulla loro vissione del “sensodella vita”. Se non avete letto le altre mie interviste, vi invito a farlo a questo link: “le interviste impossibili”)
Finalmente il Signor Spock mi ha concesso un po’ del suo tempo per concedermi una breve intervista. Lo incontro in una sala d’aspetto neutrale, sospesa tra dimensioni, in attesa di un trasporto che lo porti alla sua nuova destinazione. Le pareti sono trasparenti, affacciate su un infinito di stelle fisse. Spock mi sta aspettando seduto, le mani intrecciate, lo sguardo calmo. Noto che appena mi vede alza leggermente un sopracciglio: forse non si aspettava di incontrare un terrestre vestito alla moda del XX secolo…)
L’intervista impossibile
G.: Signor Spock, grazie per aver accettato di incontrarmi, nonostante… la sua condizione attuale.
Spock: La “condizione” a cui allude — la mia esistenza postuma, per così dire — è irrilevante. Il pensiero persiste oltre la forma. E la logica, come sa, non richiede un corpo, solo coerenza.
G.: Lei è considerato il simbolo della razionalità assoluta. Eppure, più volte ha agito spinto da qualcosa che sembrava… emozione.
Spock: Lei fraintende. La logica non nega l’emozione; la trascende. Io non la reprimo: la comprendo. Il vulcaniano non è un automa, ma un essere che ha scelto di non farsi guidare dall’impulso. C’è una differenza fondamentale. Come dissi una volta: *“Non avendo una coda, non posso scodinzolare, ma l’affetto è presente”*².
G.: Allora mi dica: qual è la cosa più illogica che abbia mai fatto?
Spock: Sacrificare me stesso nel reattore al neutrone della Enterprise.
G.: Ma lo fece per i suoi amici…
Spock: Appunto. È per questo che fu illogico. E necessario. Come ho scritto nel mio testamento: *“La necessità non ha leggi”*³.
(Una pausa. Fuori, una nebulosa si dissolve lentamente.)
T’hy’la
G.: Parliamo di James T. Kirk. Il vostro rapporto è stato descritto come “t’hy’la” — amico, fratello, confidente. Com’è possibile che un vulcaniano abbia un legame così… illogico?
Spock: Il capitano Kirk non era un’equazione da risolvere, ma un principio da osservare. La sua intuizione spesso sfidava la logica, ma raramente ne violava l’essenza. Mi insegnò che a volte la migliore decisione non è quella calcolata, ma quella che preserva la dignità degli esseri coinvolti.
Ricordo un episodio su una navetta, poco prima che lui affrontasse Khan. Mi disse: “Tu non capisci, Spock. Non si tratta di vincere o perdere. Si tratta di fare la cosa giusta.” Ebbene… aveva ragione.
E quando morì — nell’universo alternativo — dissi a una versione più giovane di me stesso: *“Non puoi permetterti di non provare. Il dolore ti rende umano. E l’umanità… è la tua forza.”*⁴
G.: E il dottor McCoy? Vi provocavate continuamente.
Spock: Il dottor McCoy rappresentava l’umanità nella sua forma più istintiva: passionale, impulsiva, spesso irrazionale. Eppure, era anche colui che, più di chiunque altro, si preoccupava per il mio benessere, anche quando lo esprimeva con sarcasmo.
G.: Ricordo un episodio in cui lo chiamò “irritante”.
Spock: *“Il dottor McCoy è irritante. È anche il mio amico.”*⁵
Le nostre dispute erano una forma di dialogo. Come disse una volta lui: “Mi preoccuperei se non litigassimo.”
G.: Quindi era affetto, mascherato da irritazione?
Spock: Precisamente. Una strategia sorprendentemente efficace.
Il bene del molti supera il bene del singolo
G.: In un episodio, lei disse: *“Il dovere è una cosa strana. A volte richiede che si sacrifichi ciò che si ama di più.”*⁶ Non è una contraddizione?
Spock: No. È l’espressione più alta della coerenza. Il dovere non è obbedienza cieca; è la responsabilità verso un bene più grande. Anche quando quel bene richiede di perdere un amico. O di diventare un traditore, per salvare un intero pianeta.
G.: Sta parlando di Deep Space Nine?
Spock: Anche. Ma anche di questo: *“Il bene del molti supera il bene del singolo.”*³ Anche se a volte… il singolo è l’unico che conta.
G.: Oggi, molti parlano di “post-verità”, di realtà manipolate. La Federazione credeva nella conoscenza oggettiva. Crede ancora che esista una verità condivisibile?
Spock: La verità non è un’opinione, né un algoritmo. È ciò che resiste all’osservazione ripetuta, alla critica, al dubbio. Se gli esseri umani smettono di cercarla insieme — non per dominare, ma per capire — allora ogni civiltà è destinata a ripetere i propri errori.
Come dissi a Sybok, mio fratellastro: *“La logica non è un’armatura. È uno strumento. E come ogni strumento, può essere usato o abusato.”*⁷
Affascinante…
G.: E se le dicessi che oggi molti preferiscono le certezze comode alle verità scomode?
Spock: Allora le risponderei: “Fascinating.” Ma anche: “Pericoloso.” La comodità è il primo nemico della crescita.
E aggiungerei: *“La paura è la vera malattia. Non la mancanza di informazioni.”*⁸
G.: Ultima domanda. Cosa direbbe a chi, oggi, si sente solo in un mondo sempre più connesso ma sempre più freddo?
Spock: Direi: non confonda la connessione con la comunione. Un milione di messaggi non equivalgono a un silenzio condiviso con chi la conosce. Cerchi non chi le risponde subito, ma chi la ascolta quando non parla.
E aggiungerei: anche i vulcaniani, alla fine, hanno bisogno di dire “t’hy’la”.
G.: …“Amico”.
Spock: Esattamente.
Uno da teletrasportare
(Una navetta esce dall’ombra del pianeta. La luce delle stelle entra di sbieco. Spock accenna, quasi impercettibilmente, a un mezzo sorriso. Si alza e va verso la porta stagna)
Spock: È tempo che vada. Ricordi di cercare sempre il giusto compromesso tra logica e emozioni, ma non rinneghi mai la sua natura umana. E poichè lei usa frequentemente il mio saluto, lascerò a lei farlo a conclusione di questo breve incontro.
(apre la mano nel suo gesto iconico e resta in silenzio)
G.: …”Lunga vita e prosperità, Signor Spock”
Il tempo di battere le ciglia e sono tornato qui, nel mio studio, davanti al mio computer.

Una nota umana: Leonard Nimoy e Zachary Quinto
Va detto, con rispetto: Spock non esiste.
Eppure, per generazioni, è stato più reale di molti uomini in carne e ossa.
Leonard Nimoy non si limitò a interpretarlo. Lo abitò. Ne studiò la filosofia, ne assunse la postura, ne fece un’estensione del proprio spirito. Nei suoi scritti raccontò il conflitto tra identità e ruolo, fino al punto in cui, dopo anni di distanza, scrisse: *“Sono Spock.”*⁹ Non perché si fosse perso, ma perché aveva trovato in quel personaggio una verità universale: quella della dualità che abita ogni essere pensante.
Zachary Quinto, decenni dopo, ha raccolto l’eredità con umiltà e acutezza. Il suo Spock è più giovane, più ferito, più visibilmente in lotta con il proprio sangue misto. Ma non è meno autentico. Anzi: proprio nella sua fragilità, rivela una verità che Nimoy aveva già intravisto: la logica non è assenza di emozione, ma disciplina dell’emozione.
I due attori non si sostituiscono: si rispondono. Come due voci in un coro, o due fasi della stessa evoluzione. E forse, in questo dialogo tra epoche, risiede il vero miracolo di Spock: non essere un eroe, ma un modello di integrazione.
Epilogo: Perché Spock conta, oggi più che mai
In un’epoca di estremi — di emotività sregolata da un lato, e di freddezza algoritmica dall’altro — Spock ci ricorda che la saggezza sta nel mezzo. Non nell’annullare il cuore, né nel rifiutare la mente, ma nel farli dialogare.
Non a caso, uno dei suoi dialoghi più celebri con Kirk suona quasi come un testamento filosofico:
Kirk: “Tu non sei un computer, Spock. Non puoi ridurre ogni cosa a cifre e formule.”
Spock: *“No, capitano. Ma posso scegliere di non essere governato dal caos.”*⁶
Ecco: non governato dal caos, ma aperto alla complessità. Questo è il messaggio di Spock. E forse, per chi cerca conoscenza senza perdere l’anima, è anche il nostro.
Per chi volesse, altre interviste impossibili sono disponibili qui!
E per chi volesse saperne di più sulle due timeline di Star Trek, Core e kelvin, suggerisco questo video (in inglese)
Note
¹ Star Trek: The Motion Picture, 1979 — Sceneggiatura di Harold Livingston, basata su storie di Gene Roddenberry.
² Star Trek: The Original Series, episodio “Return of the Archons”, stagione 1, episodio 21 (1967).
³ Star Trek II: The Wrath of Khan, 1982 — Sceneggiatura di Jack B. Sowards, regia di Nicholas Meyer.
⁴ Star Trek Into Darkness, 2013 — Sceneggiatura di Roberto Orci, Alex Kurtzman e Damon Lindelof.
⁵ Star Trek: TOS, episodio “Amok Time”, stagione 2, episodio 1 (1967).
⁶ Star Trek: TOS, episodio “The City on the Edge of Forever”, stagione 1, episodio 28 (1967).
⁷ Star Trek V: The Final Frontier, 1989 — Sceneggiatura e regia di William Shatner.
⁸ Star Trek: TOS, “The City on the Edge of Forever” (1967).
⁹ Nimoy, Leonard. I Am Spock, Hyperion, 1995.


Una sola parola :
ESAGERAAAAA
Lo farò, anzi: lo faremo! Grazie per il sostegno Orazio
Caro Giampiero, mi trovi troppo spesso (ma leggasi quasi sempre) d’accordo. Come sempre non esistono parametri assoluti, la funzione dell’intelligenza sta proprio nel commisurare ridurre o espandere i suoi limiti ma soprattutto qualora la si usi, bisognerebbe tenere a mente lo scopo finale del perché la si usi.. Sì, lo so, sembra uno scioglilingua ma auguro a tutti di perseguire uno scopo che sia intelligente intuitivo e creativo. Giampiero sei un grande e mi mancano tanto le nostre chiacchierate.
Carissima, trovo stimolanti, nonchè lusinghiere, tutte le tue riflessioni. Sará perchè vengono da un’anima antica? chissá… (I miss you too)
Bravo Giampiero, mi piace moltissimo questa intervista! Lunga vita e prosperità a te!
Grazie a te per il commento. Spero ti piacciano anche le prossime